Curiosità che (forse) non sapete sul film cult Labyrinth
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Inoltrandosi all’interno del labirinto
Con rischi indicibili, e traversie innumerevoli, ho superato la strada per raggiungere il castello oltre a città di Goblin, per riprendere il bambino che tu hai rapito
Labyrinth – dove tutto è possibile, uscito nel 1986, è stato l’ultimo film diretto da Jim Henson prima della sua scomparsa. Sebbene al momento della sua uscita nelle sale non abbia ottenuto il successo sperato, nel tempo è diventato un vero e proprio cult.
Il barbagianni
Nel corso del film Labyrinth, Jareth, il Re dei Goblin (David Bowie), si rivela una figura enigmatica e mutevole, sia in senso metaforico sia letterale. Una delle sue abilità più affascinanti è la capacità di trasformarsi in un barbagianni, un rapace notturno che incarna un simbolismo ricco e stratificato. A differenza del gufo, spesso associato alla saggezza, il barbagianni ha un’aura più spettrale e inquietante, legata al mistero e al sovrannaturale. La sua presenza nel film suggerisce il ruolo di Jareth come un’entità che osserva nell’ombra, una figura ambigua che può essere guida e predatore al tempo stesso.
Ciò che rende questa scelta ancora più sorprendente è il fatto che la sequenza iniziale del film mostri un barbagianni interamente realizzato in CGI. Questo elemento sembra in netta contrapposizione con lo stile tradizionale di Jim Henson, celebre per il suo uso di effetti pratici e pupazzi. All’epoca, il regista era sinonimo di creature tangibili, realizzate con materiali fisici e animate da esperti burattinai. Tuttavia, per i titoli di apertura di Labyrinth, il team di produzione scelse di sperimentare con la tecnologia digitale, segnando un piccolo ma significativo punto di svolta nella storia degli effetti speciali cinematografici.
Il barbagianni digitale di Labyrinth è, infatti, considerato uno dei primi tentativi di realizzare un animale fotorealistico generato al computer in un film live action. Seppur rudimentale rispetto agli standard odierni, all’epoca rappresentava un’innovazione notevole. La CGI stava appena iniziando a emergere nel cinema, e il lavoro svolto su Labyrinth anticipava di qualche anno rivoluzioni visive più celebri, come quelle di Terminator 2: il giorno del giudizio (1991) o Jurassic Park (1993).
La stanza di Sarah
Molti degli elementi fantastici che popolano Labyrinth non compaiono all’improvviso nel corso della storia, ma sono anticipati già nelle prime scene del film, nascosti tra gli oggetti della stanza di Sarah. Osservando con attenzione la camera, si possono scorgere numerosi dettagli che prefigurano ciò che la ragazza incontrerà nel suo percorso.
Tra i tanti oggetti disseminati nella stanza si può scorgere, ad esempio, una piccola statuetta che somiglia a Gogol, il suo burbero ma leale compagno di viaggio. Sul suo comò, invece, è presente una figura di Jareth, chiaro presagio della sua apparizione come Re dei Goblin. Tra i peluche si distinguono, invece, figure che ricordano Ludo e Sir Didimus, due dei suoi improbabili alleati nel labirinto.
Il dedalo stesso è riflesso nei suoi giochi da tavolo. Su uno di essi, difatti, si riconosce una mappa che ricorda la siepe intricata che Sarah dovrà attraversare. Persino il suo carillon ha un’inquietante somiglianza con il suo aspetto durante la sequenza del ballo in maschera, quasi a suggerire che quell’illusione romantica sia già parte del suo immaginario, ancor prima di viverla.
Anche i riferimenti artistici nella stanza non sono casuali. Sul muro campeggia un poster della celebre litografia Relativity di M.C. Escher, con le sue scale impossibili e prospettive paradossali. Questa immagine anticipa la scena culminante del film, in cui Sarah si trova a inseguire il fratellino in una stanza dominata da un’architettura assurda, in cui la gravità sembra perdere ogni significato.
Questa scelta visiva suggerisce, dunque, che l’intero mondo del labirinto possa essere una proiezione della sua mente, un viaggio attraverso il subconscio della protagonista, in cui elementi quotidiani si trasformano in personaggi e luoghi straordinari.
Tutti questi dettagli non solo rendono più ricco il film visivamente, ma rafforzano l’idea che Labyrinth sia, in fondo, un viaggio interiore. Una rappresentazione onirica delle paure, dei desideri e delle sfide dell’adolescenza. La stanza di Sarah, dunque, non è solo un punto di partenza fisico, ma un vero e proprio scrigno di simboli che anticipano il mondo fantastico in cui si addentrerà.
Merlino/Ambrosius
Il bobtail che interpreta Merlino, il fedele cane di Sarah, è lo stesso che dà vita ad Ambrosius, la cavalcatura di Sir Didimus nel mondo del labirinto. Questa scelta non è casuale, ma nasconde un raffinato riferimento letterario. Entrambi i nomi, Merlino e Ambrosius, rimandano alla figura del leggendario mago Merlino, così come è descritto in The History of the Kings of Britain di Geoffrey di Monmouth, dove il personaggio viene chiamato proprio Merlin Ambrosius.
Oltre a essere un omaggio alla letteratura medievale, questo dettaglio rafforza uno degli elementi chiave di Labyrinth. La dualità del cane, infatti, rappresenta il legame tra la realtà di Sarah e il mondo fantastico in cui si ritrova intrappolata. Così come molti degli oggetti nella sua stanza si trasformano in elementi del labirinto, anche il suo cane assume una nuova identità nel regno di Jareth.
Il bambino
Nel film Labyrinth, il fratellino di Sarah, Toby, è interpretato da Toby Froud, figlio di Brian Froud, il designer concettuale della pellicola. In origine, nelle prime bozze della sceneggiatura, il bambino avrebbe dovuto chiamarsi Freddie, ma il nome venne cambiato in Toby poiché il piccolo attore rispondeva solo al suo vero nome.
Durante le riprese, infatti, gestire un bambino così piccolo si rivelò una sfida. Come raccontato da Brian Froud nel commento audio del DVD, nella scena in cui Toby è seduto sulle ginocchia di Jareth, il bambino iniziò a piangere ripetutamente. Per evitare continue interruzioni, la troupe escogitò, quindi, un trucco. Fuori dall’inquadratura, un membro dello staff manovrava un burattino per distrarre il piccolo e permettere a Bowie di recitare le sue battute senza interruzioni.
Le magiche sfere di cristallo
Chi, guardando il film, non è rimasto incantato dalla maestria con cui Jareth maneggia quelle affascinanti sfere? Il modo in cui le fa roteare tra le dita, quasi ipnotizzando lo spettatore, sembra una dimostrazione sovrannaturale del suo potere. Eppure, sorprendentemente, non si tratta di un effetto speciale, ma, allo stesso tempo, non è nemmeno Bowie ad eseguire questi straordinari giochi di destrezza.
Dietro a questa magia, infatti, c’è il talento di Michael Moschen, un rinomato giocoliere e coreografo, che ha dato vita a una delle illusioni più memorabili di Labyrinth. L’artista si posizionava dietro Bowie, infilando le braccia sotto le sue, in modo da far sembrare che i movimenti fossero eseguiti direttamente dal Re dei Goblin.
Questo metodo, però, seppur simile a quello impiegato dai burattinai della compagnia di Jim Henson, aveva una difficoltà aggiuntiva: Moschen non poteva vedere ciò che stava facendo. Non aveva uno schermo di riferimento e doveva eseguire ogni movimento alla cieca, affidandosi solo alla memoria muscolare e all’esperienza. Il risultato finale è una fusione perfetta tra la presenza scenica di Bowie e l’abilità straordinaria di Moschen, che contribuisce a rendere Jareth ancora più magnetico e misterioso.
Magic Dance
Tra le tante scene iconiche di Labyrinth, quella di “Magic Dance” è senza dubbio una delle più memorabili. Questo brano, che accompagna il vivace numero musicale con Jareth e i goblin, è noto ai fan con questo titolo, ma nei titoli di coda del film compare invece come “Dance Magic”.
La canzone contiene un sottile e curioso omaggio cinematografico. Alcuni versi riprendono un dialogo del film The Bachelor and the Bobby-Soxer (Vento di Primavera), sebbene con qualche modifica. Le parole originali “man” e “hoodoo” furono sostituite, infatti, rispettivamente con “babe” e “voodoo”, adattandosi meglio al contesto fiabesco del film.
La realizzazione di questa scena fu tutt’altro che semplice. In origine, la canzone avrebbe dovuto includere dei veri gorgoglii di neonato, ma il bambino scelto si rifiutò di “collaborare”. La soluzione? Fu lo stesso David Bowie a improvvisare i suoni infantili che si sentono nella versione finale della traccia.
Ma non furono solo gli effetti sonori a rendere complesso il numero musicale. Il set era affollato da una quantità impressionante di pupazzi e attori. Sebbene inizialmente fossero previsti circa venti goblin animatronici, il numero alla fine salì a una cinquantina, ciascuno controllato da un animatore. A questi si aggiunsero una decina di attori in carne e ossa, nascosti sotto elaborati costumi da goblin. Il coordinamento di così tante figure in scena rese le riprese estremamente complesse, ma il risultato fu una sequenza frizzante e caotica, perfettamente in linea con l’atmosfera bizzarra e incantata del film.
Gogol
Tra i tanti personaggi straordinari di Labyrinth, Gogol è senza dubbio uno dei più complessi dal punto di vista tecnico e narrativo. Realizzarlo è stata una vera sfida per il team di Jim Henson. Il pupazzo, infatti, era incredibilmente sofisticato, con ben 18 motori solo per controllarne le espressioni facciali. Quattro operatori gestivano i movimenti del volto tramite radiocomandi, mentre il corpo era animato dall’attrice Shari Weiser, che si trovava all’interno del costume. Il coordinamento tra tutti era essenziale per rendere Gogol credibile, poiché ogni minimo movimento doveva essere sincronizzato alla perfezione.
Inoltre, un dettaglio curioso, che molti spettatori non notano, è nascosto nel retro del gilet di Gogol. Il tessuto è sagomato in modo da formare un volto con la lingua di fuori. Questa lingua funge anche da cinghia che attraversa il petto del personaggio. Non si tratta di un semplice vezzo estetico, ma di un dettaglio simbolico che riflette la sua natura ambigua. Gogol è letteralmente “doppia faccia”, combattuto tra la sua fedeltà a Jareth e il legame nascente con Sarah.
Nonostante le numerose voci su un possibile sequel, finora nulla si è concretizzato, anche se sembra che il vento stia cambiando.
Appassionata di scrittura ed innamorata della cultura giapponese, trovo ispirazione sia nei racconti in cui mi immergo sia nei videogiochi che esploro. Attraverso manga, anime e la ricca tradizione artistica del Giappone, coltivo la mia creatività e la mia curiosità per mondi nuovi e avvincenti.